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Sicilia Nazione? Intervista al Presidente del Fronte Nazionale Siciliano (parte 1)

«Abbiamo storie ed interessi diversi, rispetto a quelle che sono le organizzazioni politiche italianiste e rappresentanti dello Stato italiano: abbiamo la presunzione, però, di rispondere meglio a quelle che sono le esigenze della Sicilia. Si pensi, a tal proposito, che noi abbiamo una scopertura in campo politico, dal momento che abbiamo pseudo sicilianisti che cercano con quella sigla di partecipare alla lottizzazione dell’Isola, più che all’indipendenza.
Siamo, però, anche l’unico popolo ad avere una storia da Stato indipendente plurisecolare: siamo stati per sei secoli stato indipendente, anche quando il Re era di famiglia aragonese, catalana et cetera, il sovrano di Sicilia interpretava una reggenza a sé. Il Regno di Sicilia non era un vice-regno e questo è un primato che nessuna Regione o Nazione-senza-Stato ha potuto vantare, in Italia».
Inizia così l’intervista a Giuseppe Scianò, Presidente onorario - nonché fondatore - del Frunti Nazziunali Sicilianu - Sicilia Indipinnenti: le parole sopprimono la prima domanda che, per quanto potesse essere generica ed atta ad introdurre un vasto campo di argomenti da toccare, non vale neanche la pena di riportarla, tanto il fiume in piena dell’eloquio di Scianò ha travolto - positivamente, s’intende - l’intenzione di introduzione.

Quando parla di ‘falsi sicilianisti’, a quale sigla fa riferimento, a quella storica del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis)?
«Faccio riferimento a tutti i gruppi sicilianisti che sfruttano un simbolo ed una cultura politica per lottizzare la Sicilia, più che lottare per liberarla. Ad ogni modo, non vorrei mettermi nella parte di chi si mette a giudicare ed offendere tutti. Storicamente, tra gli anni ’50 e ’70, abbiamo avuto l’esperienza - ad esempio - di Silvio Milazzo: l’Unione Siciliana Cristiano Sociale ereditava alcune tematiche sicilianiste e che ebbe anche dei successi elettorali. Lei non era ancora nato, Piccinelli.
Anche in quel caso, ad ogni modo, non si trattava di un vero indipendentismo siciliano, piuttosto una situazione convincente che si sfruttava in nome del sicilianismo.
A tal proposito è bene far rifermento a dei fatti di stretta attualità che sono paralleli all’indipendentismo e al sicilianismo: quando si parla del Ponte sullo Stretto, ad esempio, tralasciando le pregiudiziali validissime e per nulla smentite degli ambientalisti, coloro i quali vogliono fermamente la costruzione dell’opera prima citata, la pretendono in funzione totalmente antisiciliana. Creare un trait d’union, una continuità territoriale, dunque, significa voler eliminare totalmente l’insularità siciliana. Questo per dire che ad oggi il sicilianismo si lascia trascinare nell’antisicilianismo, anche attraverso il localismo: rivoluzionari di parola, ma estremamente moderati nei fatti. La verità è che si vuole de-sicilianizzare la Sicilia. Ripeto: la fase non è facile, personalmente vado dicendo che i sicilianisti camminano sui chiodi».

Un po’ come l’espressione popolare del vaso di coccio tra vasi di ferro?
«La situazione è quella che è: abbiamo un peso nell’opinione pubblica, ma non certamente uno elettorale. Dobbiamo prendere atto di questo fatto: non abbiamo possibilità di comunicazione e simili, abbiamo solo - come si dice -: la forza della ragione e del diritto.
Ma in questo mondo di lupi, è ben poca cosa. Il peso politico lo possiede solo chi compie una lotta burocratica per applicare questo o quell’articolo o per cambiare tramite questo o quell’emendamento, ignorando totalmente che il Nostro Statuto possiede una validità di strumento di autogoverno, se interpretato correttamente e non strumentalmente».

Il simbolo del Fronte Nazionale Siciliano - Sicilia indipendente
Statuto, peraltro, se mi permette, che ha delle potenzialità enormi.
«Sì, ma inattuato fin dal primo momento e, anzi, ha svuotato l’indipendentismo stesso, dal momento che il dibattito che si era venuto a creare - al momento della ratifica - era quello a favore dello Statuto [1] più che dell’Autonomia.
Infatti il movimento indipendentista autentico, quello guidato da Finocchiaro Aprile, fino al mese di Marzo del 1945 arriva ad avere con sé l’80% della popolazione siciliana: i rapporti di polizia, infatti, riportavano che gli iscritti al Movimento Indipendentista Siciliano superavano di gran lunga quelli di tutti gli altri partiti messi assieme.
Quando, però, fu varato lo Statuto d’Autonomia si verificò una specie di mitizzazione dello stesso».

Mitizzazione per cui si verificò l’esacerbazione del Movimento Indipendentista?
«Esatto: si pensava che con l’autonomia regionale si sarebbero risolti tutti i problemi e le questioni della Sicilia. Da lì, il Mis subì una battuta d’arresto che lo portò, successivamente, alla scomparsa».


Il dibattito cruciale, infatti, è proprio quello che lei ha evocato: autonomia e separatismo, due concetti totalmente differenti fra di loro e che inquadrano la questione siciliana uno all’opposto dell’altro tanto che i separatisti sono portatori dell’istanza indipendentista mentre gli autonomisti sono stati etichettati come unionisti, è corretto?
«Sì, ma è bene andare all’origine dello Statuto, prima che fosse varato per via Istituzionale: c’era stato un pactum - oggi si direbbe trattativa - fra il Governo italiano dell’epoca guidato da De Gasperi e i rappresentanti del separatismo non solo politico/burocratico, ma anche di quello armato.
Tale trattativa sancisce l’alternativa alla lotta armata e dà un taglio quasi federale al tutto: basti pensare all’Alta Corte per la Sicilia, organo che era nelle condizioni di annullare una legge votata dalla Costituente, poi eliminata anche a causa dell’ascarismo dei politici siciliani i quali, uno dopo l’altro, furono convinti a riguardo».

L’indipendentismo siciliano, quindi, non correva e non corre il rischio di isolare ancora di più l’Isola?
«Gli unici che nell’Italia post-bellica parlavano di comunità europea e di sentimento europeo erano proprio i separatisti siciliani: gli altri movimenti non puntavano a questo.
Erano i separatisti siciliani a porre la questione - tramite discorsi ed interventi di Finocchiaro Aprile - sia del rinnovamento della Società delle Nazioni, sia di una Unione Europea, sia di una Federazione di stati mediterranei. La questione, dunque, della partecipazione diretta alla vita mondiale: l’indipendentismo siciliano, infatti, non vuole isolare la Sicilia ma, anzi, la vuole portare in Europa, nel Mediterraneo e nel Mondo.
La Sicilia, è bene precisare questo, parte da una situazione coloniale che non hanno altre Nazioni-senza-Stato».

La Sardegna stessa, però, tanto per citare un’altra Isola, tra la questione delle servitù militari e delle scorie radioattive (solo per prendere due esempi) subisce di fatto un’ingerenza massiva da parte dello Stato Italiano.
«La Sardegna è, infatti, coinvolta in questa situazione ma non ha avuto lo shock della Sicilia: nel 1860, quando gli inglesi decisero che l’Italia si sarebbe dovuta unificare, i territori che andavano a comporre il Regno delle due Sicilie subirono un terremoto in ambito economico e sociale.
L’Inghilterra stessa aveva tutto l’interesse di eliminare il Regno delle due Sicilie in quanto legato a delle forze contro le quali l’Inghilterra combatteva, dato che intratteneva rapporti con l’Impero Austro-Ungarico e con la Russia.
Inoltre, l’ex Regno delle due Sicilie era lo Stato più industrializzato e moderno della Penisola: la traduzione mediatica, che è passata nella cultura ufficiale Italiana, è stata quella di una parte sempre fortemente depressa e non autosufficiente.
Il Regno delle due Sicilie possedeva molti primati: si pensi a quelli riguardanti la vaccinazione contro il vaiolo (gratuita ed obbligatoria) che fu introdotta alla fine del ‘700.
Nella storiografia ufficiale non emerge il tenore di vita che realmente si teneva nel Regno delle due Sicilie, retrodatando i mali del mezzogiorno d’Italia e facendoli rientrare tutti nella fase pre-unitaria.
Licata, ad esempio, in provincia d’Agrigento, veniva indicata dagli economisti del ’70/’80 come l’apice del triangolo della miseria, ma quella stessa cittadina, prima dell’Unità, possedeva qualcosa come quattordici consolati stranieri: i rapporti commerciali che aveva ne facevano un unicum.
Nel Mediterraneo si parlava siciliano; l’emigrazione verso l’America dei primi ‘900 avveniva da parte delle regioni del nord: i siciliani che emigravano erano pochissimi rispetto alle masse di italiani del settentrione e lo facevano per libera scelta, non per necessità intrinseca.
La traduzione, però, volle che le grandi masse di migranti furono quelle di siciliani e di meridionali.
Questo per dire che ci sono un insieme di situazioni che ne determinano una, cruciale, ovvero quella per la quale l’indipendentismo siciliano non è un indipendentismo inventato: la prima Costituzione moderna è quella siciliana del 1812, piaccia o non piaccia. Bisognerebbe ri-leggere il passato, in questo senso».

Manifesto del 1979 in occasione del 4° Congresso del Fronte Nazionale Siciliano



La questione delle Nazioni-senza-Stato, in ogni caso, torna prepotentemente se si prova a guardare oltre i confini ‘canonici’ dell’Europa: la questione Ucraina ha fatto emergere l’autodeterminazione della NuovaRussia, della Crimea; in Kurdistan le forze del PKK - organizzazione ancora tacciata di terrorismo e il cui leader Ocalan è ancora in carcere - sta agendo da salvaguardia democratica nella zona del medioriente, lei come legge la questione?
«Negli ultimi anni sono insorte molte questioni nazionali che - in un modo o nell’altro - erano state soffocate nel tempo: il principio dovrebbe essere comune, cioè quello di dare Stato alle Nazioni-senza-Stato e di stabilire, inoltre, delle collaborazioni internazionali di grande respiro. Tuttavia, questo è un discorso che si potrà intraprendere quando ogni Stato potrà esprimersi direttamente e non come strumento di equilibri internazionali o - addirittura - di un Paese dominante, come avviene in diverse realtà».

Precedentemente ha affermato che il Frunti Nazziunali Sicilianu-Sicilia Indipinnenti (FNS-SI) possiede «la forza della ragione e del diritto» ma non un peso elettorale. Secondo lei, alla luce della fase politica siciliana attuale, sta emergendo nuovamente una cultura indipendentista o un qualsiasi movimento sicilianista è ancora marginale?
«Io penso che in Sicilia ci sia una realtà particolare: quando il siciliano vota, quando fa politica - nel senso comune della parola - non è completamente consapevole dei propri diritti e doveri perché assillato dal bisogno. Ritengo che l’80% dei voti validi in Sicilia sia determinato da questa esigenza, cioè, la strumentalizzazione del bisogno e della necessità che ne fanno i partiti del blocco italianista. Talvolta in maniera onesta, tuttavia la maggior parte delle volte si palesa in modo del tutto disonesto, prendendo per la gola e per le budella l’elettore.
A tal proposito, se si guarda l’indirizzo della spesa pubblica in Sicilia, qualunque sia la finalità dichiarata di una tale opera, ad esempio il rimboschimento di una determinata area, si noterà che in minima parte si verificherà il rimboschimento ma per la maggior parte avverrà la sistemazione di questo o quello nella pubblica amministrazione, negli enti pubblici e anche in altri settori del privato.
Certo, sto portando la questione all’estrema ratio: il voto in Sicilia non è libero, in ogni caso, quando si valutano le posizioni politiche bisogna che si tenga conto anche di questo fatto dato che è come se ci fosse una dittatura del clientelismo, della lottizzazione e del colonialismo».

Senta, andando indietro nel tempo, nella storia dell’indipendentismo siciliano e delle sigle che lo hanno caratterizzato, il Mis è stato, senza dubbio, l’acronimo che più è legato alla Sicilia. In tempi recenti è stato rifondato, nonostante le numerose polemiche che tale atto si è portato dietro (come la tessera onoraria all’ex Presidente Raffaele Lombardo). Lei come valuta la situazione dell’attuale Mis e che giudizio dà alla storia di quel partito che iniziò ad avanzare le tesi sicilianiste?
«Beh, diciamo che dopo gli anni ’50 la sigla Mis fu clonata non dico da ‘cani e porci’ ma da ‘cani e gatti’, sicuramente (ride nda): chiunque poteva prendere questa sigla la quale, però, di fatto era una res nullius. Ora, dunque, l’attuale segretario del Mis si pone sulla stessa linea delle persone che usurpavano il simbolo sopracitato: l’attuale Mis, quindi, è scaturito da un regolare atto notarile in cui si sanciva la nascita di un partito che si richiamava a quella sigla, per l’appunto, tuttavia lo stesso atto testimonia che l’ultima organizzazione politica nata su stampo dello storico Movimento indipendentista Siciliano, non ha nulla a che vedere con la sigla storica. 
E’ un partito di comodo, mi sia consentito dire: è stato per anni nell’area politica di Raffaele Lombardo, tuttavia di dettagli non ne conosco». 







[1] Il dibattito attorno allo Statuto e allAutonomia è ben spiegato da F. Fonte in Dal separatismo allautonomia regionalequando spiega che «Il Mis fu, infatti, la prima forza politica ad apparire pubblicamente nella Sicilia liberata e poté contare, in poco tempo, su di una distribuzione capillare e, ovviamente clandestina, di locandine ed opuscoli che inneggiavano apertamente al separatismo. [] LAutonomia concessa alla Sicilia fu talmente ampia che, come osservò anche qualche esponente separatista, avrebbe potuto rappresentare, per molti aspetti, lindipendenza vera e propria. Non a caso il dato storico, e politico, che ne scaturì fu larchiviazione, nel giro di circa un anno, di ogni spinta secessionista [] Lo Statuto di Autonomia concedeva infatti, al Parlamento siciliano la facoltà di legiferare su tutte le materie riguardanti gli interessi della Regione, con la garanzia di non poter essere sciolto e non sul Decreto del Presidente della Repubblica dopo il voto del Parlamento nazionale».
Il dibattito che scaturì, in sostanza, fu quello tra la preferenza al compromesso con lItalia, rappresentata dallo Statuto, e quello della rottura completa con lo Stato Italiano, portata avanti dagli indipendentisti, o separatisti.

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