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Serbia report: osservare con i propri occhi il dramma immigrazione

Il reportage di Marco Severa della sua esperienza come volontario a settembre in Serbia, al confine tra cronaca e emozioni, sulla questione che sta mandando in tilt l'Europa: i rifugiati. I problemi degli Stati, tra gli Stati, delle istituzioni e delle associazioni che cercano di collaborare. Ma soprattutto la vita, momentaneamente dannata, di tanti stranieri disposti a rischiare per una vita migliore.

 

Migranti al confine tra Serbia e Ungheria.
Photo: Gémes Sándor/SzomSzed via Wikipedia con licenza Creative Commons 3.0

La nostra avventura verso la rotta balcanica ha inizio il 23 settembre. La meta finale è ancora distante, l’autostrada sembra infinita ed i paesaggi intorno a noi cambiano di continuo. La Serbia, epicentro attuale della crisi umanitaria più grave dalla seconda guerra mondiale, per noi ormai è una realtà.

La frontiera principale tra la Croazia e la Serbia, quella sulla principale autostrada balcanica E70, appare deserta. Man mano che ci si avvicina alla dogana, si capisce che i tir sono bloccati, probabilmente da ore. Il clima comincia a mutare appena ci bloccano alla frontiera, facendoci deviare per una strada secondaria in piena campagna. Capiamo che sta succedendo qualcosa, qualcosa che non può essere vista. Il secondo ed ultimo valico di frontiera si trova a Tovarnik, a pochi minuti dall’autostrada, già tristemente noto durante le ultime guerre etniche in Iugoslavia. Una fila incolonnata di automobili, che attendono di essere controllate prima di entrare in Serbia; un'attesa snervante, che ci permette però di ragionare su cosa sta succedendo intorno a noi: tra qualche tempo lì sorgerà un campo profughi provvisorio. Circa 70 bagni chimici appena depositati e un campo completamente spianato. Da lì a poco probabilmente la situazione sarebbe precipitata.


Il viaggio continua spedito verso Belgrado, per incontrare i volontari che si stanno occupando egregiamente di questa crisi. Belgrado è una città cupa, fredda, quasi indifferente a ciò che le sta succedendo alle porte. Incontriamo immediatamente i volontari dell’associazione nel caos stradale della città; è necessario isolarsi immediatamente e pianificare ciò che al momento è più importante. Decidiamo di passare all’azione e acquistiamo con le nostre risorse economiche ciò che è più necessario: cibo, bevande e beni indispensabili per i neonati.

La sera diventa l’epilogo della giornata, diamo finalmente un senso a questa nostra missione umanitaria. Consegniamo insieme ai volontari la cena preparata da loro; ci colpisce l’ordine e la dignità con la quale i rifugiati attendono il loro turno. Le donne e i bambini hanno la priorità, in barba a chi dice che l’Islam non considera la donna allo stesso livello dell’uomo. Il cibo finisce, i rifugiati non cambiano espressione, il loro viso è di ghiaccio, sono troppo abituati ai rifiuti da parte di altri esseri umani. Non possiamo accettare che qualcuno rimanga senza cibo; ci precipitiamo in un market lì vicino e con i pochi soldi rimasti acquistiamo cibo altamente proteico per i rifugiati che ancora attendono al loro posto senza essere usciti dai ranghi. La situazione è paradossale:  500 persone vivono nel parco, sdraiate l’una affianco all’altra e i cittadini di Belgrado passano nei vicoli dell’area con grande naturalezza, con gli occhi sul loro smartphone, come se la situazione intorno a loro fosse completamente normale.

La mattina dopo si riparte di buona lena. Subito dopo esser usciti dal contesto urbano ci accorgiamo che sarà una lunga giornata. Strade deserte, camion incolonnati; siamo obbligati a tornare alla frontiera secondaria di Tovarnik. Nell’attesa dei controlli, abbiamo la possibilità di controllare le notizie: i rapporti tra Serbia e Croazia non erano mai stati così tesi dai tempi del conflitto iugoslavo. La mia mente che ricorda le immagini televisive di quel conflitto viaggia e riscontra una certa somiglianza tra le foto dell’epoca e la realtà di questi giorni. La Croazia accusa la Serbia di favorire l’ingresso dei profughi senza documenti.  Zagabria per ripicca blocca tutti i mezzi con targa serba ed anche i cittadini con passaporto serbo: entrambi hanno bloccato il transito dei camion merci. Una semplice controversia diplomatica, che però in questo momento rischia di scaturire in qualcosa di ben più grave. Una scelta politica che rischia di danneggiare economicamente entrambi, Serbia in primis.

Scatti di Marco Severa della sua esperienza in Serbia


Notiamo diversi pullman, taxi e auto private, portare profughi in gran parte siriani nei campi coltivati, per permettere loro di superare la frontiera serba. Le immagini viste fino ad ora in televisione, con indifferenza, improvvisamente si trasformano in realtà sotto i nostri occhi. Nella zona cuscinetto tra le due frontiere, ieri deserta, oggi ci sono circa 700 profughi ammassati vicino ad un cimitero ortodosso.

La nostra coscienza per un attimo sprofonda nell’oblio. La situazione è drammatica, guardi in faccia tanti ragazzi nel fiore degli anni, stanchi psicologicamente e fisicamente; sembra che aspettino da un momento all’altro qualche evento che li trascini via da lì. Il momento più emozionante di tutta la missione avviene proprio in quel momento; grazie alla collaborazione di un poliziotto croato riusciamo a regalare l’ultimo pacco di biscotti rimastoci in macchina: gli occhi della bambina che ci guarda incredula e ci ringrazia valgono la fatica di tutto il viaggio.

Lasciamo quell’area con delle speranze; tante associazioni internazionali, tra cui Croce Rossa e Medici Senza Frontiere, sono presenti sul campo. C’è tanta polizia, ma le azioni sembrano coordinate e non si rischia di vedere una situazione simile a quella ungherese. L’Unhcr, con un suo mezzo, fa la spola tra le due frontiere, trasportando per ovvii motivi umanitari le mamme con i neonati. Quattro ore per fare cento kilometri, un semplice tratto di strada che è diventato il crocevia di un intera popolazione, con una storia, una cultura e con una dignità.

Il viaggio di ritorno per Trieste è lungo; la strada e le frontiere sono militarizzate, posti di blocco e colonne di poliziotti rallentano il nostro percorso. Il giorno del nostro ritorno veniamo però a sapere che i valichi di Bajakovo e Tovarnik sono stati riaperti e tutti i veicoli passano senza difficoltà.


È tempo di tirare le somme, di ripensare a ciò che abbiamo visto. Mentre l’Europa pensa alle quote di rifugiati da accogliere, le dispute tra i Paesi coinvolti si stanno ingigantendo. Le risposte date dall’Unione, per ora, non sembrano placare gli animi e non sembrano bastare. Più che pensare alla ricollocazione dei migranti, bisognerebbe pensare a come bloccare la guerra in Siria che va avanti da quattro anni, ma che solo ora sembra esser diventato un punto importante nella politica estera dei paesi europei. La cooperazione tra gli Stati ora è necessaria, i muri e le barriere che si stanno riproponendo, stanno risvegliando fantasmi che l’Europa sperava di aver ormai sconfitto. Le emozioni che si sono succedute in questi giorni sono indescrivibili. Il veder cooperare tanti volontari da tanti paesi europei ci rincuora e ci fa sperare che al di là del becero populismo che si sta diffondendo tra di noi, c’è ancora chi crede nell’umanità e nel rispetto dei diritti umani.

Restiamo Umani.

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