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Quel cinema italiano che nessuno conosce (ma che gli stranieri apprezzano)



Una volta il nostro odierno premio Oscar disse “..fare il cinema in Italia, con tutte le storie che ci propone giorno dopo giorno, è facile e meraviglioso..”. Sapeva un po’ di presa per i fondelli, sembrava una sana autoironia che però nascondeva una grande verità in mezzo al mare di cattiva pubblicità che l’italiano medio fa alla 'settima arte nostrana'. Il cinema italiano fa schifo, ci sono sempre gli stessi film, sempre le solite facce, non sanno più cosa inventarsi, la recitazione è vergognosa, e poi si passava ai (soliti) nomi StefanoAccorsiGolinoMastandreaBellucciBuy, o altri luoghi più o meno comuni per screditare le pellicole made in Italy. E allora le storie? Le sceneggiature di casa nostra? Che cosa si dice di concreto sui film prodotti da noi? Cosa sanno gli italiani del cinema italiano? Possono davvero poter giudicare senza pregiudizio? Il nostro cinema ha di fondo una crisi che giustifica queste critiche così aspre e se vogliamo dirla tutta, anche un po’ superficiali? 


La cosa mi interessa molto ormai da diversi anni e ho spesso ripromesso a me stesso di fare un semplice esperimento, sulla falsa riga del piccolo scienziato da laboratorio che testa i suoi campioni al microscopio per trarre indispensabili scoperte scientifiche. Ebbene, udite udite, indagando e intervistando ben bene si capisce che gli italiani i film italiani non li conoscono proprio.
Ho campionato ottanta persone di varia estrazione sociale, più o meno ricchi, più o meno colti, più o meno giovani, più o meno donne o più o meno uomini e, non così sorprendentemente, pochissimi di loro non hanno dovuto pensare così tanto per ricordare un film italiano visto negli ultimi due anni. Sei su ottanta, che vuol dire all’incirca l’8%. Molto poco, e avrei voglia di scrivere mooolto mooolto poco, ma non si può perché non è corretto.

Quando partecipai come addetto stampa per Passparnous alla rassegna di film italiani Verso Sud del 2013, al Film Museum di Francoforte, ebbi la netta sensazione che la maggior parte di quei film non sarebbe stata mai conosciuta né allora né in seguito dalla maggioranza degli spettatori italiani. Per la cronaca, alla fine di quasi ogni opera, in sala risuonarono scroscianti applausi per i nostri registi, e io, come pochi altri mediterranei presenti in sala (in film era fruibile per tutti, giacché proiettato con sottotitoli in tedesco o in inglese, non ricordo bene) fui colto da immensa sorpresa dal momento che fino ad allora potevo far parte tranquillamente di quei famosi ottanta intervistati. 



Lo Cascio, Piccioni, Costanzo, Soldini, Ravello, Andò, e altri giovani o meno giovani registi, presentarono (per modo di dire, visto che il Verso Sud non è un festival ma una semplice rassegna) pellicole bellissime, cariche di forza espressiva e storie attualissimi e mai banali. Penso a quel Tutti contro tutti di Ravello, film che tratta il tema delle case occupate e anche la difficile convivenza con cittadini extracomunitari di difficile posizionamento legislativo (tema ahinoi ancora più attuale oggi mentre scrivo). Ma potrei citarli un po’ tutti i partecipanti di quella rassegna in realtà, se si esclude il fallito tentativo di Bertolucci (Io e te) di riappropriarsi di un presente che forse non gli appartiene più, ammesso che, sebbene come cineasta si sia sempre fatto apprezzare per film quasi fuori dal tempo (La strategia del ragno, L’ultimo Imperatore, Ultimo Tango a Parigi, Il piccolo Buddha, ), gli sia appartenuto in passato.

Potrei citarli per poter ripartire da qualcosa che credo non sia mai morto, ma che sia solamente sepolto da una distribuzione che sottovaluta un pubblico che forse non è pronto a film bisognosi di attenzione, ma è pur sempre un pubblico che fa incassare benissimo film come Dodici anni schiavo (vedi trailer) e che apprezza altro materiale da attenzione come Her di Spyke Jonze, film che, controcorrente a tutta la montagna di comix film, fantasy e visual fx movies che ci arrivano da Hollywood, riescono a sopravvivere e a dominare la parte razionale dello spettatore, senza ricorrere ad artifici per strabiliare la sua immaginazione.

Una distribuzione italiana che quindi tarpa le ali a prescindere, al cinema che in teoria dovrebbe costargli meno, una distribuzione che si sente costretta a comprare dagli Stati Uniti film spesso dall’indubbia qualità, se non addirittura assurdi, di cui si vergognano gli stessi autori ma che da noi hanno avuto passaggi in tv e vengono proiettati in molte sale con buoni risultati in termini di incassi. E questo si sa, un tema vecchio e risaputo, ma che di tanto in tanto, noi che di cinema pasteggiamo dalla mattina alla sera ancora ci meravigliamo e ci domandiamo e ci contorciamo lo stomaco 'per non averci ancora capito niente'. E allora guardiamo il cielo e rivogliamo la domanda a Lui: “quando ci farai vedere questi bellissimi film italiani al cinema?”...e per cinema non intendo quelle dieci/venti sale a cui i film devono arrivare per contratto, ma intendo ai multisala, intendo nei grandi cartelloni, intendo farli arrivare nelle bocche delle persone come prime risposte quando chiedi loro “...L’ultimo film che hai visto?”

Alessio Mida

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