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Calcio, il tifo in Italia: massima devozione o depravazione?



È assolutamente singolare la considerazione che la maggior parte degli italiani ha oggi del calcio. Per alcuni, infatti, esso travalica la tanto spontanea quanto semplice passione del tifo; queste persone spendono tantissimi soldi per il gioco del calcio, vedendo in esso una gioia assoluta e, talvolta, anche un motivo di vita. Per altri è una passione ma che preclude loro la possibilità di spendere tanti soldi per esso, a causa di un moto razionale che li spinge a occuparsi di cose ovviamente più importanti. Ci si riferisce, è bene precisarlo, all’ambito italiano, in quanto questo è quello che noi conosciamo. Alcuni tifosi addirittura finiscono per subordinare le persone a questa loro passione. Ciò che primordialmente poteva sembrare una semplice passione diventa mania, fissa; in questo modo il calcio diventa un feticcio.

Il calcio è passionale: i tifosi si sentono parte di un qualcosa da condividere anche con persone sconosciute allo stadio; sventolano con amore, cuore e immensa e imperitura fede gli stendardi della loro squadra; fieramente la seguono ovunque vada; si arrabbiano con lei quando gioca male e la esaltano, addirittura delle volte piangendo di gioia, quando gioca bene e vince trofei importanti. Ma dopo cosa rimane? Cosa rimane dopo quei 90 minuti in cui noi esultiamo, ci adiriamo, incitiamo i nostri beniamini esortandoli a far meglio?

Cosa rimane? Rimane la comune vita di tutti i giorni, rimangono le cose più importanti cui dedicarsi. Il calcio lo è comunque una cosa importante: lo sport è ad esempio un mezzo attraverso il quale si integrano popoli e culture diverse. Lo sport è una delle colonne portanti della vita di ciascuno di noi. A contribuire a renderlo una materia di estrema risonanza è, da un po’ di anni a questa parte, il mondo dei social. Sarebbe bellissimo, se si parlasse sempre di calcio sul web allo stesso modo in cui se ne parla tra amici. Tuttavia, molto spesso, purtroppo, si leggono pagine di social network in cui ci si scambiano non semplici sfottò, bensì insulti, infamie, offese e termini pesanti; come se gli interlocutori non si rendessero conto del fatto che le migliaia di messaggi online rappresentano la loro vita sul web.

Questa è la parte marcia della società; questo non è sport, è bullismo. Il calcio, purtroppo, molto spesso viene sfruttato da categorie di persone aberranti; un esempio lampante è quello dei teppisti che, purtroppo, vanno allo stadio solo e unicamente per compiere atti illeciti e per infastidire chi vuole essere lasciato in pace a guardare la partita. Ma tutto questo è schifo, è esecrazione, non è sport, né calcio. Nello sport, e quindi anche nel calcio, ci deve essere la fratellanza, non l’inimicizia; ci deve essere il rispetto, non la violenza; ci deve essere la passione, non l’odio. Capita sovente di leggere, inoltre, centinaia, a volte anche migliaia, di notifiche di Facebook riguardanti il calcio, e magari se un utente scrive qualcosa riguardante la cultura o altri temi non ha lo stesso numero di notifiche. Il caso delle notifiche su Facebook è un esempio non solo dell’incidenza che il calcio ha sulla maggior parte dei giovani italiani oggi, ma anche del fatto che, se la frequenza su Facebook è costante e duratura, c’è il rischio che si venga sommersi in continuazione da notifiche riguardanti solo ed esclusivamente il calcio. Una monotonia continua, insomma.

In realtà il sano e il modico tifo, laddove per sano si intende privo di isterismi, asti e odi nei confronti di quella compagine o di quella persona, e per modico, invece, il tifo che non comprende appieno la vita dell’uomo nella sua totale essenza, dovrebbe essere quello attraverso il quale si capisce dove inizia il divertimento e dove finisce il dilettevole. Anche perché, vedere milioni di persone in giro per tutta Italia, di notte, sventolare vessilli rappresentanti il nostro tricolore, dopo la vittoria di un Mondiale, come accadde quel 9 luglio del 2006, è una cosa che ci soddisfa parecchio, perché in quei casi si è tutti insieme, si ride, si scherza, si gioca, si va in giro a festeggiare e a urlare con gioia e passione, a squarciagola e senza curarsi di infastidire la quiete pubblica. Purtroppo ci si ricorda di essere italiani, molto spesso, solo quando la Nazionale vince, per l’appunto, la Coppa del Mondo; ebbene, ce lo dovremmo ricordare più spesso, invece.

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