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Migranti di serie A.

La notizia che ha fatto rabbrividire gli animi in queste ultime settimane è stata quella della decisione della Francia di schierare il proprio esercito sul confine italiano per evitare che i migranti potessero entrarvi. Una scelta di un’inumanità imbarazzante, che contraddice tutti i principi cardine su cui si basa (o almeno dovrebbe basarsi) la comunità di cui facciamo parte, l’Unione Europea. Il Paese che in gennaio faceva fronte comune contro le violazioni delle libertà ne ha appena negata una, altrettanto importante che quella d’espressione: quella di circolazione.

Chiaramente anche da noi chi ha potuto ne ha tratto profitto, specie quella parte della politica, se ancora politica la vogliamo chiamare, che inneggia all’utilizzo di ruspe, votata da un altrettanto becero popolo che inneggia al “ributtarli in mare”.


A tutti questi detrattori delle libertà dell’essere umano sarebbe bene aprire un dizionario e specificare loro il significato del verbo “migrare” (da cui migrante): “spostarsi dal luogo originario in un altro”.
Quindi, se la lingua non sbaglia, anche io sono una migrante. Anche io, come quella schiera di giovani e non giovani italiani che hanno fatto il bagaglio e si sono spostati all’estero, sono una migrante. Eppure nessuno mi ha puntato un mitra evitandomi di salire sull’aereo che mi ha portata in Francia, nessuno vuole radere al suolo casa mia, nessuno voleva lasciarmi cadere giù piuttosto che farmi atterrare. I cugini francesi mi hanno ben accettato, facendomi percepire che il mio essere italiana non era un detrattore a mio sfavore ma una marcia in più. La domanda che mi sorge spontanea è: perché io, che sono partita da Roma piuttosto che da Tripoli ho la libertà di decidere di lasciare casa mia in tutta serenità e gli altri no?
Perché sono bianca? Perché sono europea? Perché sono “cristiana”?
La risposta dovrebbe essere solo “Perché sono umana”.

Orangindian
Foto di Nicolò Lazzati via Flickr su licenza Creative Commons

Prima di giudicare e guardare con sospetto chi lascia il proprio Paese per venire nel tuo, bisognerebbe conoscere le motivazioni di questo spostamento innaturale. Mi piace definirlo innaturale perché per la mia visione delle cose è contro natura, perché sarebbe bello poter rimanere fedeli alle proprie radici, non lasciare la propria famiglia, non perdere di vista i propri amici, le proprie relazioni, non abbandonare la città natia per un posto che non conosci, non dover imparare un’altra lingua, altre leggi, altri costumi.

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Quegli islamici che non ti aspetti (a causa dei pregiudizi)



Sarebbe bello poter morire dove sei nato, crescere i tuoi figli con la tua cultura e non con quella importata di un altro Paese. E non si tratta di nazionalismo, si tratta di possibilità. Sarebbe bello che le possibilità che ti dà un Paese che ti ospita ti venissero offerte da quello che ti ha visto venire alla luce. Sarebbe bello potersi impegnare per migliorare la tua nazione, offrendo il frutto del tuo lavoro al Paese che ami e che, volente o nolente, è casa tua. Sarebbe bello poter salutare tuo figlio con la consapevolezza che lo rivedrai, andare a dormire con la certezza che ti risveglierai, uscire di casa senza avere il terrore nel cuore. Sarebbe bello non essere nati e cresciuti costantemente in guerra, non dover combattere il tuo vicino di casa senza conoscerne neanche il motivo. Sarebbe bello non dover venire stipati in dei barconi attraversando il mare e trovare all’arrivo (che nella maggior parte dei casi non c’è) gente che non vede l’ora di mandarti via. Sarebbe bello non essere trattati come bestie da soma ma come esseri umani.

Sarebbe bello poter riscrivere quest’articolo al presente.

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