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Il sorriso di Kobane, il futuro del Kurdistan

Immagine dalla pagina facebook Kurdish Female Fighters Y.P.J

Kobane è libera, i curdi esultano e l’Isis si lecca le ferite. Una guerra, quella degli estremisti islamici, che nasce ai confini tra i precari Iraq e Siria e che si sta allargando ad altri territori, tra cui la Libia che vede ormai imminente un intervento Onu con supporto anche italiano. Una guerra risultato di scelte geopolitiche sbagliate che, come in un domino, hanno fatto cadere altre tessere portando alla situazione attuale.

Fino a qualche settimana fa, quando era impensabile un ritiro imminente delle truppe dello Stato Islamico, in una zona di confine tra Turchia, Siria e Nord Iraq, si stava combattendo tra popolazione curda ed esercito dell’IS. La città roccaforte, ultimo baluardo della Resistenza curda, era proprio Kobane. Come ha scritto Gareth Wakins sul sito cvlnations.com, si stavano fronteggiando due stili di vita ed organizzazione statuale completamente opposti: « [Kobane e il Rojava è] una zona prevalentemente curda, con una popolazione di 4,6 milioni di persone che svolge un esperimento sociale al centro del fuoco incrociato tra la dittatura siriana, la follia collettiva di ISIS e l’ostilità della Turchia verso l’autonomia curda, con gli Stati Uniti e la NATO che incombono minacciosamente».
Turchia che è sempre più islamica e che ha sostituito il nazionalismo laico eredità di Mustafa Kemal Ataturk con un nazionalismo in nome di Allah. Un nazionalismo che, pur avendo inizialmente riconosciuto alcuni diritti alle popolazioni curde ora si irrigidisce di fronte alla difesa dei confini e all’integrità della Turchia.

Chi ha acquistato la rivista ‘Internazionale’ dal titolo ‘Con il cuore a Kobane’, quella corredata dai fumetti di Zerocalcare, ha potuto constatare dai tratti del disegnatore di Rebibbia come entrambe le parti che si contrappongono - o meglio si contrapponevano giacché l’IS si è ritirato da Kobane - siano di religione musulmana. Ma a Kobane e in tutto il Rojava si è sperimentato uno sviluppo diverso.

Scrive ancora Wakins: «Nel Rojava, gli uomini che picchiano le mogli devono affrontare l’ostracismo totale da parte della comunità, così che la loro vita nel tessuto sociale della società diventi praticamente impossibile. Invece di una forza di polizia e delle carceri ci sono "comitati di pace”, presenti in ogni municipalità, per annullare i cicli di uccisioni per vendetta intra-familiari da accordi consensuali tra le due parti, e funziona». L’organizzazione dal basso è il perno di questo modello sociale fondato su mutualismo, cooperazione e democrazia diretta. Un modello - ecologista, femminista e socialista - ispirato dal nuovo corso del partito dei lavoratori curdi di Abdullah Ocalan, che ha progressivamente abbandonato l'attività guerrigliera in Turchia e la tradizionale ideologia marxista-leninista per un progetto basato sul confederalismo democratico.

Il Kurdistan non è formalmente riconosciuto ma la sua popolazione, suddivisa tra Iraq, Iran, Siria e Turchia, esiste e vorrebbe autonomia se non propriamente indipendenza. Alle elezioni del 2014, che hanno visto la vittoria dell'islamico Erdogan alla prima votazione diretta del presidente della Repubblica turca, il candidato delle regioni curde ha sfiorato il 10 per cento dei voti nazionali e raggiunto la maggioranza nelle province curde. Sostenuto dalle forze progressiste del partito democratico del popolo, del partito democratico delle regioni e altre minori, vede tra le proposte politiche i diritti per le minoranze (non solo curde), i diritti per le donne e per il mondo Lgbt, il desiderio di essere europei.


Documentario su Kobane della Bbc, sottotitolato dal sito Sinistra in Europa

In Iraq i curdi vedono riconosciuta una relativa autonomia dalla Guerra del Golfo ma da qualche anno lo Stato iracheno è in difficoltà e l’estremismo islamico dell’Isis ha preso piede (vedi video). La vera battaglia per l’indipendenza parte quindi dalla Siria, dove donne e uomini curdi si sono battuti con i denti per strappare Kobane agli estremisti. L’apporto esterno con raid occidentali e le poche vecchie armi date in dotazione ai curdi hanno comunque permesso loro di resistere e di proporsi come entità politica autonoma di fronte al mondo. Anche perché i curdi hanno partecipato alla coalizione dei ribelli che si scontrò con il regime di Assad, supportati indirettamente anche dagli Usa.

Il Kurdistan sembrava impossibile da realizzare fino a poco tempo fa ma ora si sono creati degli spiragli, che si trasformano però in un grattacapo per gli equilibri internazionali. Accontentare i curdi significherebbe far arrabbiare il potere turco, siriano e iracheno. Ma il Kurdistan, come Stato-nazione, non è detto sia la soluzione definitiva per la pace interna ed esterna. L’autonomia vera, in nome del rispetto reciproco e della democrazia, è più importante di un’indipendenza di facciata che porta nuovi conflitti e nuove fratture.

Emanuele Rigitano/Marco Piccinelli

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